La preziosità del quotidiano: Vi scrivo da una cucina

Vi scrivo da una cucina. Difficile parlare di quello che ci sta a cuore, di quello che ci tocca da così vicino che, col naso sopra, non riusciamo più a vederlo! La polvere di eventi che formano la trama di un giorno come tanti,  quegli oggetti familiari su cui si posano  le mani,   gli occhi!  quei gesti abituali,  quasi meccanici, i paesaggi alle finestre, tutta la trama semplice e certa del quotidiano. Celebrarlo, farne un elogio vibrante rasenterebbe forse l’iperbole.

 

La casa

 

Non la mia casa ma la casa, articolo determinativo che esclude ogni equivoco, più forte del possessivo infantile. La casa, quella che mi dà fondamento e mi abita. Mi si radica la sensibilità a certi odori, a certe contatti –  attrazioni e repulsioni imperniate sull’essere. Il  legno logorato d’una rampa di scale, scolpito nel palmo della mano; quel particolare effetto di luce nel volgere del giorno; il freddo di un pavimento a losanghe verdi e brune sotto la pianta dei piedi; lo spicchio d’aglio in un brodo di verdure; l’eco d’una voce nel corridoio, e viene dalla soglia: c’è qualcuno?  C’era quasi sempre qualcuno ad accogliervi al ritorno dai campi,  dalle scorribande, dalle delusioni. Per sorridere, medicare ferite e bernoccoli, ascoltare,  calmare. Fortezza, oasi.  Una casa nascosta, che palpita nel profondo di noi,  e la casa che,  a nostra volta, ricostruiamo per altri. […]

 

Il santo dei santi

 

E, dentro la casa, la cucina. Mi piace che si apra all’esterno: giardino, mare, montagna, piazza o via poco importa. Ma che la vita mutevole venga a battere sui vetri, che si possa posare su uno scalino o su un davanzale del pane per gli uccelli, latte per un gatto; che si possa spingere l’anta della finestra e tendere la mano verso la lettera, le ciliegie del vicino o, anche, sporgendosi un po’, porgere la guancia alla bocca affettuosa. Mi danno allegria le cucine in legno: quasi un pezzetto di foresta nella casa di mattoni, una gioia di corteccia. 

 

Nessuna cucina è abbastanza grande per accogliere tutti quelli che il soggiorno,  il salotto,  a loro insaputa,  imbarazzano,  e che invece sono messi a loro agio dalla pulitura delle verdure,  dalla cottura di un intingolo. Ricevere nella propria cucina è allora un grande segno di fiducia? Lo sanno bene i ragazzi:  pescano al volo una patata bollente con la buccia o un fagiolo che scotta. Si  aprono davanti a una cioccolata calda o a una marmellata appena messa nel vaso. Confessano  e si confessano tra due chili di piselli da sbucciare,  o pongono domande riempiendosi il piatto. 

 

Accoglienza e rifugio, per sé anzitutto. Nei momenti di tristezza e nell’avvilimento, quale conforto senza enfasi lasciano filtrare i gesti domestici!  lavare l’insalata, sbattere le uova, Sbucciare le mele per la composta, tagliare le cipolle e farle dorare. Il cuore può essere così gonfio da scoppiare,  la testa pesante,  la gola stretta,  ma le mani esperte si danno da fare,  sciacquano,  sbucciano,  impastano,  tagliano e dispongono,  coinvolgendo l’intera persona nel loro movimento,  dopo averla strappata alle paralisi tremenda dell’infelicità,  all’inerzia.  Fare qualcosa,  una cosa,  fosse anche la più banale,  ma non cedere all’attrattiva del vuoto,  non inabissarsi. Anche se le mani si muovono da sole, con la mente altrove,  anche se sembrano staccate dal corpo, si muovono. 

 

Piacere ingenuo, sensuale, elementare, nella frittata soffice, del gratin dorato,  della menta odorosa, del cavolfiore granuloso al tatto, del mazzo di fiori di campo posato sul rovere. Lo sguardo si rasserena, suo malgrado, malgrado se stessi; una sorta di calore, di tacita soddisfazione, sale dalle rigovernate stoviglie, dal lavello brillante, dalla tavola apparecchiata. Un  equilibrio si profila o si ristabilisce. 

 

Gli smarrimenti possono ancorarsi in questo sereno rituale, trovare la consolazione degli oggetti familiari. La tazza sposa la mano disorientata, la crosta di pane gratta la guancia che vi si appoggia,  le arance risplendono,  ironiche, tra le pere panciute che inducono al sorriso.  Le cose ci lasciano meno facilmente degli esseri, restano, quando tutto sembra svanire intorno a noi. Come fanno a resistere quelli che vivono tutto l’anno in collettività e non dispongono di un luogo materno, con il fumo,  il vapore, le pentole bombate,  un  angolo del tavolo dove tagliare una fetta di pane e chiacchierare? Certo! Le cucine si sporcano: il latte si versa, la tazza di caffè si rovescia, i fumi anneriscono pareti e soffitti,  è sempre piatti e posate si accumulano sul bordo del lavello e le mosche affogano nel miele e le formiche corrono verso la marmellata che cola. La cucina è un corpo: assimilare ed eliminare,  immagazzinare e consumare,  trionfare e capitolare.  un crogiolo dove vita In morte con combinano accordi.  Gli odori di frittura o di bruciato ci fanno spalancare la porta all’aria pura;  i profumi di cottura ad una crostata di mele caramellate riportano all’infanzia. 

 

Al più vicino

 

L’avete intuito, nulla di straordinario, dunque. […]  In un universo arido e duro,  la celebrazione può sembrare ingenua, ottusa, borghese, ma non vorrei perder di vista nessuno degli estremi della Catena,  né l’amaro né il dolce, né il vuoto né il pieno,  tentare di abbracciarli entrambi con un solo sguardo. Obietterete: facile amare il quotidiano quando è solo una sosta tra sequenze di vita movimentata; Cosa fareste se la vostra vita fosse monotona,  monocorde,  riempita di nulla? […]

 

Sento le voci ironiche,  eppure mi ostino.  Tra venti e maree,  sento proclamare che il giorno per il giorno, il quotidiano più quotidiano, il pane, così come il mattino, la cucina e la tromba delle scale, la strada familiare è il passaggio del postino meritano riconoscenza:  riconoscerli e dir loro grazie.  E forse è più nobile appassionarsi, con la mediazione di uno schermo, ai problemi del mondo, piuttosto che alla vita di tutti i giorni, sotto  il tetto di una casa? Tutta presa dalla deplorazione dei guai dell’universo, non rischio di trattare duramente il bambino accanto a me che succhia la matita, di trascurare il suo problema? 

 

Come un ventre di donna

 

La donna conosce la durata dell’oscura gestazione che conduce al travaglio del parto, alla nascita; nessuno dei momenti che fanno parte dell’elaborazione di un essere umano le sembra banale,  né indifferente o insignificante, per una donna incinta, in ascolto della metamorfosi che si compia in lei,  non è mai questione di ammazzare il tempo che la separa dalla nascita;  brilla da lontano come una stella talvolta aureolata d’ansia;  nessun momento morto lungo il cammino;  il desiderio la eccita senza impazienza;  una gioia segreta la illumina da dentro. […]

 L’anno liturgico colloca il tempo ordinario tra la Pentecoste e l’avvento;  non si tratta di debolezza o di tetraggine; ma di amore vigile e  coinvolto. I giorni di festa non sono una censura nella trama del tempo ordinario, bensì l’affiorare della sua abbondanza, come l’acqua in eccesso da una copiosa falda freatica. Festa dell’anima che porta con sé quella dei corpi. 

 

Liberamente tratto da Celebrazione del quotidiano – Colette Nys-Mazure – Ed. Servitium 2006

 

 

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Vi scrivo da una cucina