SOSPINTE DALLO SPIRITO ARRIVIAMO AL POZZO DI SICAR

Raccontarsi a un pozzo…

 

don Angelo Casati

 

La Quaresima vive di simboli, ha il fascino dei simboli in questa domenica l’acqua.

 

Le acque di Dio sono acque dolci e chiare, sono acque di libertà. Noi spesso lo dimentichiamo, dimentichiamo che nelle acque del Mar Rosso – come nelle acque del battesimo – sta scritto uno statuto di libertà. Nel racconto dell’incontro di Gesù con la donna di Samaria è un continuo sconfinare per immagini. Che alludono ad altro. Io indugerò per lo più sulla sete, sull’acqua, sul pozzo. Di storie di sete, di acqua e di pozzi sono colmi i racconti della Bibbia. Come di sete, di acqua e di bisogno di pozzi è piena la vita, la vita di ognuno di noi. Dalle parole di Gesù e della donna, dai silenzi di Gesù e della donna traluce con evidenza che nella vita c’è sete anche di altro.

 

Ma di che cosa, poi, hai sete? Alla fine donna e Gesù sembrano dimenticare l’acqua del pozzo. Ma che cosa capita? Accade che quando la donna, andando ancora un pò più a fondo del suo pozzo, si accorge che l’acqua di nuovo le gorgoglia dentro per le parole di quel rabbi straniero e dimentica al pozzo la brocca. A sua volta Gesù ha dimenticato la fame, tanto lo aveva preso quell’incontro, quello svelarsi di sentimenti e di pensieri con una donna in terra straniera. In questa quaresima, lui, Gesù, fa ancora una delle sue deviazioni, anzi deve farne una lunga – da stancarsi! – per arrivare a me. È stanco e aspetta anche me al pozzo.

 

E lì al pozzo nascono narrazioni: ci si racconta. Non ci sono pulpiti, ci si racconta la vita, E ci sono sguardi. Immaginiamo come si guardavano Gesù e la donna. Da stupire quelli che hanno in mente solo provviste. Noi, come Gesù, come la donna, abbiamo siete di un incontro. Abbiamo sete di persone e di un raccontarsi profondo. E se non abbiamo sete di persone e di racconti, siamo dei poveretti. Saremmo pozzi senz’acqua, uno di quei tanti pozzi che dissennatamente noi e la società abbiamo riempito di pietre. E grazia sarebbe che ce ne accorgessimo. Perché di nuovo da sotto le pietre potrebbe riprendere a gorgogliare, anche in un deserto, un brivido d’acqua.

 

E io di che cosa ho sete? La samaritana di Gesù e Gesù della samaritana. La sete più struggente è la sete dell’altro, dell’altra: se ho sete solo di me stesso, sono un poveretto. E se l’altro è acqua, il narrarsi, il raccontarsi, fa scomparire ogni stanchezza. Nel racconto scompare d’un tratto la stanchezza della donna costretta ogni giorno a fare strada verso il pozzo e la stanchezza di Gesù, provato da quel lunghissimo viaggio dalla Giudea alla Galilea. Ve lo siete mai chiesti quante ore sarebbero rimasti a raccontarsi, lui e la donna, se non fosse stato per l’arrivo dei discepoli dalla città, dove erano andati per provviste? Ognuno di noi potrebbe raccontare situazioni in cui passavano le ore e non avevamo il benché minimo sentore di stanchezza, il tempo volava e non ci si accorgeva. Lì c’era gorgogliare d’acqua: chiara, fresca, dolce acqua…

 

Per questo vorrei oggi ringraziare Gesù che mi ha raggiunto, facendosi stanco per me, lui che ancora oggi mi raggiunge quando ad essere stanco sono io e diventa pozzo per me. E, insieme a lui, vorrei dire grazie a donne e uomini che lungo la mia vita si sono affaticati per arrivare sino al mio pozzo forse quando ero stanco. E vorrei, ancora, pregare con voi oggi Gesù perché possiamo anche noi diventare un pozzo, dove chi è stanco, affaticato, non trovi la delusione di una pozzo vuoto o disseccato, ma un rigagnolo, sì almeno un rigagnolo d’acqua, uno sguardo buono, dove fare nido con gli occhi. Ci conceda il Signore il suo stile tenero, umile, mite che gli ha consentito di entrare nel cuore della donna di Sicar. Ci conceda di diventare pozzo o anche un rigagnolo. Fosse anche solo un rigagnolo. Per chi ha sete, sete di autenticità, per chi ha sete di racconti. Di racconti che arrivino al cuore. E ricordiamo: se siederemo stanchi per qualcuno, il sole sarà già alto.

 

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Come su un occhio

la Luce si posò su Maria,

purificò la sua mente,

rese luminoso il suo intelletto,

e puro il suo pensiero,

facendo brillare la verginità.

Il fiume in cui Egli (Cristo) fu battezzato

lo concepì di nuovo simbolicamente;

il ventre umido dell’acqua

lo concepì in purezza,

lo partorì in castità,

lo sollevo in gloria.

Nel ventre puro del fiume

va riconosciuta (Maria) la figlia dell’uomo,

che ha concepito senza conoscere uomo,

che ha partorito vergine,

che ha cresciuto, grazie a un dono

il Signore in quel dono.

Sant’Efrem – Inni sulla Chiesa 36, 2-4