SULLA STRADA DI DOROTEA: L’ICONA DELLA SANTA AMICIZIA

Il nostro secondo compagno di viaggio sulla strada di Dorotea è Paolo, insegnante in un Istituto professionale della pedemontana veneta. Paolo ogni giorno si cimenta in una delle arti più appassionanti dell’esistenza, come direbbe Papa Francesco, quella dell’educare. Desiderio di camminare insieme, ascolto e disponibilità ad accogliere l’altro così com’è, sono i colori che Paolo usa per scrivere la sua quotidiana icona della santa amicizia. 

 

 

La Santa amicizia: che dire, tema complicato, perché personalmente mi sforzo di essere qualcosa di più di un amico, altrimenti il mio stesso ruolo perderebbe di significato secondo me. Un insegnante deve essere un testimone vero, onesto e sincero di come un adulto dovrebbe comportarsi e che atteggiamento dovrebbe tenere nella vita di tutti i giorni. Nel mio caso aggiungo anche un testimone della presenza di Gesù: con i gesti e con una presenza semplice, non dicendo ai ragazzi cosa è giusto e cosa è sbagliato fare nella propria vita ma dimostrandoglielo nelle piccole e grandi scelte che sono portato a prendere e condividendole con loro, provando a mettere Gesù come riferimento. La cosa che mi preme far capire ai ragazzi è quella che nessuno è perfetto, che l’errore, il “fuori pista” è ben presente anche nella vita degli adulti, figuriamoci in quella di giovani come loro. L’importante è riconoscere dove e come si sbaglia e lavorarci, sempre, in un cammino bello e duraturo.

 

 

Riprendendo il tema dell’articolo, di certo i ragazzi a tratti hanno comportamenti da amici di spessore, da amici santi. Un esempio plastico è quando, appena entrato in classe, anche dalla sola maniera in cui apro la porta e li saluto, capiscono già di che umore sono, cosa possono e non possono chiedere, proprio come un amico che ti conosce bene. È una cosa fantastica: con loro non si può mentire, in quanto abilissimi osservatori e con una memoria per le cose che interessano loro di gran lunga superiore alla mia. I ragazzi poi sono splendidi: in preda alle loro tempeste ormonali a volte tirano fuori storie e aneddoti clamorosamente divertenti. Basta fermarsi ad ascoltare: certo, non è così semplice, ma di fronte ad un cuore ben disposto nei loro confronti anche il più duro alla lunga si scioglie. Serve voglia di sporcarsi le mani, di impastarle, di scavare al loro fianco per riuscire a tirare fuori quei doni meravigliosi che hanno dentro di loro, quei talenti che Dio ha depositato nei loro cuori. Assieme ad aneddoti di uno spasso clamoroso, escono anche storie di sofferenza, di distacco, di relazioni complicate. In quei momenti di certo non mi permetto di dare risposte preconfezionate, di dire loro cosa fare: semplicemente li ascolto, in silenzio, tentando di far andare il loro sguardo oltre quelle montagne insormontabili che ti si presentano davanti negli anni adolescenziali.

 

 

Chiudo condividendo queste due frasi, rispettivamente di Socrate del 470 a.c. e di Esiodo del 720 a.c.: “La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, si burla dell’autorità e non ha alcun rispetto degli anziani. I bambini di oggi sono dei tiranni. Non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono male ai genitori. In una parola sono cattivi”. “Non c’è più alcuna speranza per l’avvenire del nostro paese se la gioventù di oggi prenderà il potere domani poiché questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, spaventosa.” Dopo averla letta, magari alla fine di una giornata stancante, le reazioni possono essere due: o rido, tanto, o mi arrabbio ancora di più perché mi accorgo che sto diventando un vecchio burbero che dà ragione a questa frase; fatto questo passaggio, non immediato, mi viene da ridere e, con un cuore disarmato, ringrazio Dio di avermi dato l’opportunità di fare questo lavoro.