ESPERIENZE DI SERVIZIO E DI MISSIONE: IL RACCONTO DI ELISA

L’Albania un paese nascente

 

Un primo aspetto che ci ha colpite di questo Paese è stata la bellezza dei suoi paesaggi. Nel primo periodo trascorso in Albania siamo state totalmente immerse nella natura, tra vallate, fiumi e campagne. Ciò che ci ha colpite è stata la semplicità più assoluta che caratterizza quei luoghi, ancora non contaminati dall’azione distruttiva dell’essere umano.

Un secondo elemento che ci ha accomunate è stata la medesima ignoranza in merito alla storia e alla cultura albanese. Durante la nostra permanenza abbiamo avuto la possibilità di venire a conoscenza delle due facce dell’Albania, che coesistono ma che spesso entrano in contraddizione. Da un lato abbiamo un Paese ancora sofferente a causa della dittatura emanata da Enver Hoxha. Durante i 50 anni di oppressione gli albanesi sono stati privati delle loro ricchezze sia materiali che umane e la loro spiritualità è stata oggetto di persecuzione da parte del regime, il quale si avvaleva della violenza per annullare nell’essere umano ogni forma di fede che potesse garantire speranza e conoscenza e di conseguenza del diritto di ricorrere a valori e pensieri discordanti con quelli della dittatura. Dall’altro lato siamo venute a contatto con una realtà ancora in via di sviluppo che cerca di riscattarsi dagli anni bui che l’hanno costretta all’isolamento e al silenzio. Questi due volti li abbiamo ritrovati nei modi di vivere degli albanesi, che si diversificano a seconda del luogo di provenienza. Se nei primi giorni, a Suc e Burrel, territori isolati e rurali, abbiamo incontrato persone che avevano un forte legame con la terra e con quello che essa può donare, a Tale e a Scutari, luoghi più turistici e occidentalizzati, ci siamo rese conto di quanto le persone si sono riscattate e impegnate nella costruzione di città più moderne in grado di garantire uno stile di vita più simile a quello europeo.

Un elemento su cui abbiamo dunque concordato è la mancanza di una via di mezzo tra queste due realtà che faccia da ponte tra un passato che tuttora condiziona il modo di vivere e il desiderio di raggiungere un futuro più ricco di nuove possibilità e valori.

 

I doni della missione

 

Forse il dono più grande della missione sono state le testimonianze delle persone che abbiamo incontrato e che ci hanno mostrato cosa significhi vivere per donarsi all’Altro. Ce lo hanno fatto vedere ad esempio Suor Giusi, Suor Paola e Suor Liliana con la loro presenza a Suc, dove si dedicano a pensare e creare attività rivolte ai bambini e ai ragazzi dei villaggi, coinvolgendoli in lavori manuali, giochi, compiti che altrimenti non avrebbero modo di compiere. È attivo anche un Progetto Donna, dove donne di diversa età svolgono lavori manuali come il ricamo, i cui ricavi dei prodotti creati vengono utilizzati per aiutarle da un punto di vista economico e favorire in loro una indipendenza e autonomia nella propria vita.

Un’altra testimone è stata Carla, con la sua attività di cura dei ragazzi e bambini con autismo ed altre patologie mentali a Burrel. Il centro, costruito grazie a beneficiari provenienti da tutto il mondo, ha garantito alle famiglie aventi figli con gravi disabilità di usufruire di un supporto specialistico sia dal punto di vista sanitario che dal punto di vista pedagogico, laddove lo Stato non fornisce ancora un adeguato intervento riabilitativo.

Grazie alla testimonianza delle suore Clarisse a Scutari abbiamo avuto la possibilità di venire a conoscenza di uno dei momenti più drammatici della storia albanese e di comprenderne la sofferenza e la paura che per più di 50 anni hanno accompagnato la vita delle persone. La visita delle carceri di Scutari ci ha permesso di toccare con mano il dolore dei martiri che con coraggio e speranza non si sono lasciati piegare dalla violenza del regime a costo di perdere la vita. Tra le numerose vittime, ci terremmo a ricordare anche Maria Tuci, aspirante alla vita religiosa tra le Suore Francescane Stimmatine, morta a soli 22 anni, per mano di una guardia, dopo aver subito tremende torture.

Infine, a Tale ci siamo immerse nella realtà di Casa Rozalba, una casa-famiglia realizzata nel 1995 tramite il duro lavoro di Suor Alma e la propria équipe che ogni giorno si prendono cura di bambine e ragazze, allontanate da contesti di grave emarginazione o maltrattamento familiare.

Durante la permanenza siamo state in grado di comprendere a piccoli passi l’impegno da parte di Suor Alma che oltre a garantire alle proprie ragazze un luogo sicuro e sereno in cui poter crescere e costruire forti legami di sorellanza, ha cercato anche di offrire un futuro solido tramite l’istruzione e laboratori volti al raggiungimento di una maggiore autonomia e indipendenza.

 

Gli angeli di Dio

 

Un altro dono di cui siamo state testimoni nei primi giorni di permanenza a Suc e Burrel è stata la più sincera accoglienza da parte degli albanesi.

Abbiamo avuto la fortuna di visitare diverse famiglie che abitano nei villaggi dei territori limitrofi a Suc, le cui condizioni di vita non hanno niente a che fare con i nostri standard di qualità di vita. Anche solo la strada per poterli raggiungere non era affatto semplice da percorrere, tutto tranne che asfaltata e costellata da enormi buche, ma questo non scatenava assolutamente preoccupazione o rabbia; in fondo si parla di persone che vivono nel cuore dell’Albania dove la strada viene percorsa principalmente a piedi, che si tratti di 3 km o di 10 km. Indipendentemente dalla distanza loro sono abituati a camminare perché nella maggior parte dei casi la macchina é un lusso fin troppo grande da potersi permettere. Tutto ciò però non ha mai messo assolutamente in cattiva luce queste persone, anzi ci siamo rese conto che dalla loro più semplice povertà e dal loro incredibile legame con la terra erano in grado di donare qualcosa di estremo valore: l’accoglienza.

Un elemento di cui spesso ci hanno parlato è che gli albanesi hanno molto a cuore l’accoglienza; per loro gli ospiti sono sacri, sono “gli angeli di Dio”, così come ci avevano definiti i contadini con cui siamo andati a messa una mattina. Nella cultura albanese l’ospite è un dono mandato da Dio che bussa alle loro porte per richiedere accoglienza, e in quanto sacri cercano di condividere con loro le proprie materie prime, che con cura coltivano tutto l’anno in attesa dei propri angeli. Spesso ci siamo rese conto che pur di ospitarci si toglievano il pane di bocca; come non potersi emozionare di fronte ad una madre che pur non potendosi permettere nemmeno un pezzo di carne, decide di donarci gran parte del suo raccolto a costo di rimanere con lo stomaco vuoto.

Se per noi il povero è colui che non possiede beni materiali, il viaggio e la conoscenza del popolo albanese ci ha permesso di comprendere che esiste un’ulteriore ricchezza slegata dalla più sterile materialità che spesso da noi viene purtroppo dimenticata: la ricchezza umana fatta di accoglienza, semplicità e amore.

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