Don Luca, Padre e Pastore

Il volto di Don Luca è quello dell’uomo che crede nel Dio vicino e spera in Lui “contro ogni speranza” perché è certo che in ogni situazione “Dio provvederà”. La confidenza in Dio è attitudine interiore radicata in lui; disponibile a Dio e appassionato di Gesù Cristo, Don Luca si accende di sacro fuoco per le anime, quelle che costano il sangue di Cristo. A ventiquattro anni viene ordinato sacerdote e da quel giorno in poi, nel cuore del giovane prete regnerà un solo interesse: “guadagnare anime” per Dio.

Lo stile di vita di Don Luca era sobrio: povero nelle vesti e nell’abitazione, instancabile nel lavoro apostolico che gli rubava anche tante ore della notte. Dal Collegio Apostolico di Bergamo apprende un modello di vita caratterizzato da una robustissima vita interiore e da una dinamicità apostolica fuori dal comune. È sua convinzione che se non ci si mette all’opera collaborando strettamente con Dio, non c’è niente da sperare.

In molti lo chiamano Padre

Don Luca non ambiva a riconoscimenti, non rivendicava nessun diritto di paternità, convinto com’era che non c’è nulla di più grande che lasciar passare qualcuno davanti a sé. Di fronte alle difficoltà egli si addolciva. Aveva tanta confidenza nella misericordia di Dio che, guai a chi ne metteva qualche dubbio. Allargava il cuore ai peccatori invecchiati e li faceva passare dallo stato più desolante ad una gioia di paradiso. Vedeva la Provvidenza di Dio in tutto, fino ad esservi il proverbio: “la provvidenza di don Luca”.

La paternità di Don Luca non si limita alla gente e alla realtà giovanile, ma si estende a tutte le suore che fanno parte dall’Istituto da lui fondato nel 1838, a Venezia. Insatura con loro un rapporto “paterno-filiale”, che denota affetto, sincero interessamento, vicinanza, rispetto e grande stima. Nelle lettere alle suore inizia sempre con un indirizzo che esprime la sensibilità del suo animo: “figlia carissima in Gesù Cristo”; non è formalità, ma appellativo che viene dal suo animo e dà allo scritto il tono della familiarità, della confidenza, dell’incoraggiamento al bene. “Coraggio, dunque, confidate nel Signore e non temete” (lett.71), “Spero proprio che alla scuola della Provvidenza, diventiate maestra di confidenza” (lett.108).

L’arte del vivere

Non possiamo, inoltre, non ricordare che il cuore di Don Luca era attratto da un genuino senso di appartenenza alla Chiesa. Nel suo ministero sacerdotale egli sentiva il fratello come “uno che mi appartiene”, ne condivideva le gioie e le sofferenze, ne intuiva i desideri e si prendeva cura dei bisogni della gente, offrendo a coloro che avvicinava, una vera e profonda amicizia. Nello stile del buon samaritano, Don Luca sa “farsi vicino” al fratello, in particolare ai piccoli, convinto che la vita cristiana è essenzialmente vita umana vissuta da uomini e donne che cercano di innestare la loro umanità nell’umanità della vita di Gesù. Don Luca sa che questo innesto può avvenire solo attraverso un’arte del vivere che esige spoliazione del superfluo e unificazione del proprio essere, ricercando ciò che è veramente essenziale.

Egli desidera che nel farci compagni di viaggio dei fratelli che la vita ci pone accanto, si rimandi “oltre” se stessi, cioè a Colui nel quale dobbiamo riporre la nostra fiducia: “bisogna mettersi nelle mani di Dio, che ci ama più di una tenera Madre, e fidarci di Lui, che tutto può, facendo però dal canto nostro quello che possiamo” (lett. 216).

Dio aveva maturato nell’anima di Don Luca una comprensione agile, sbrigativa della vita religiosa, propria di chi è proiettato sulla missione: farsi tutto a tutti è il programma di vita su cui non è permesso di transigere. Particolarmente commovente fu un viaggio a Padova e Ferrara che egli stesso così racconta: “questa volta le figlie mi sono costate sangue, per visitare le diverse case, mi sono ridotto a partire da Padova la sera dopo la caduta della neve, ed essendo dovuto smontare più volte dalla diligenza che non poteva essere tirata dai cavalli per i ghiacci, e bisognava che i viaggiatori la spingessero da dietro, sono arrivato a Ferrara la mattina, più morto che vivo, per il freddo preso”(lett. 194).

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