Una missionaria, una seconda madre, una martire dei nostri giorni.
Ci sono persone che non fanno rumore, ma lasciano un segno enorme. Persone che non hanno bisogno di essere protagoniste per cambiare la vita degli altri. Suor Gina Simionato era una di loro.
Originaria di Santa Cristina di Quinto, nel Trevigiano, Gina aveva scelto di non tenere l’amore soltanto per sé. Nel 1975 era partita per il Burundi, in Africa, con un desiderio nel cuore: portare il Vangelo, prendersi cura delle persone e diventare presenza di bene nella vita di chi avrebbe incontrato.
È stata infermiera, missionaria, compagna di viaggio per tante donne e una seconda madre per i poveri, i bambini e i malati. Quando qualcuno aveva bisogno, lei c’era. Anche di notte, anche quando le strade erano difficili, anche quando aiutare significava affrontare rischi e imprevisti. Non aspettava che fossero gli altri a raggiungerla: era lei a mettersi in cammino.
Suor Gina non ha vissuto una vita senza paura. Ha vissuto una vita in cui l’amore era più forte della paura. Anche quando la situazione in Burundi era diventata pericolosa, scelse di tornare dalla sua gente. Non per sentirsi un’eroina, ma perché non voleva abbandonare le persone con cui aveva condiviso la vita.
Il 15 ottobre 2000, mentre si recava alla missione di Gihiza per partecipare alla celebrazione domenicale, fu uccisa in un agguato. Aveva 55 anni. La sua vita terrena si interruppe su una strada africana, ma la sua storia non finì lì.
Suor Gina è una martire dei nostri giorni: una donna che ha testimoniato il Vangelo non soltanto con le parole, ma con la vita intera, fino al dono di sé. Il suo martirio non ci parla della morte come di qualcosa da cercare, ma di un amore capace di restare fedele anche quando seguire Gesù diventa difficile.
Il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Missionaria Mondiale 2026, «Uno in Cristo, uniti nella missione», ci ricorda che la missione non è un’avventura da vivere da soli, ma un cammino da condividere. La fede ci spinge a costruire ponti, non muri; a cercare incontri, non distanze; a riconoscere nell’altro un fratello, una sorella, qualcuno con cui camminare.
È questo che suor Gina ci lascia in eredità: una fede con le scarpe ai piedi, le mani pronte a servire e il cuore aperto agli altri. Una fede che non rimane chiusa nelle chiese, ma percorre le strade della vita. Una fede che si fa cura, vicinanza, ascolto e coraggio.
Oggi il suo viaggio continua nei volti di chi ha aiutato, nelle comunità che portano avanti la sua missione e in ogni giovane che sceglie di non restare indifferente. Perché il mondo non ha bisogno soltanto di persone che partono. Ha bisogno di persone che partono per incontrare, ha bisogno di persone che restano là dove l’amore chiama senza tirarsi indietro, persone che amano “fino alla fine”. incontrano per amare e amano senza tirarsi indietro.

