Dio ha una storia con noi #5: storie di aperture

Nella mia vita di sacerdote mi accorgo sempre più che la fede spesso inizia proprio da un’apertura. Non sempre da una risposta chiara o da una certezza, ma da uno spiraglio che si apre dove prima sembrava tutto chiuso.

 

Negli ultimi anni mi ritrovo spesso a cercare e a sperimentare strade nuove: non tanto per il gusto della novità, ma perché mi accorgo che tante persone hanno bisogno di luoghi dove potersi avvicinare alla fede in modo più libero, più umano, più vero. Così nascono esperienze diverse: momenti di lifepainting in cui pittura e musica diventano una forma di racconto e di preghiera; incontri con i giovani dove si parte dalle loro domande, dai sogni e dalle inquietudini; spazi in parrocchia che non sono semplicemente “formazioni” nel senso classico, ma occasioni di confronto a partire da storie concrete, di vita vissuta.

 

Sono esperienze semplici, ma ogni volta mi colpisce vedere cosa succede quando si crea uno spazio autentico. Una tela che lentamente si riempie di colori, una canzone che risuona mentre qualcuno racconta la propria storia, un gruppo che si mette ad ascoltare davvero. Piano piano qualcosa si apre: uno sguardo diverso, una parola che prima non trovava posto, una domanda che finalmente viene detta ad alta voce.

 

Mi sembra che la fede spesso inizi proprio così: quando qualcuno trova uno spiraglio dove poter respirare. La Parola di Dio di questa domenica usa un’immagine fortissima: «Ecco, io apro i vostri sepolcri e vi faccio uscire dalle vostre tombe».

 

Il profeta parla a un popolo che si sente finito, chiuso dentro la propria sconfitta. Eppure Dio non dice semplicemente: vi consolerò. Dice qualcosa di molto più radicale: aprirò ciò che sembra definitivamente chiuso.

 

A volte anche le nostre vite assomigliano a piccoli sepolcri: abitudini che ci tengono fermi, ferite che non riusciamo a lasciare andare, paure che ci fanno chiudere, comunità che rischiano di ripetere sempre le stesse cose senza più sperare davvero nel nuovo.

 

Per questo credo che ogni esperienza che crea uno spazio di ascolto, di creatività, di condivisione sia in fondo una piccola “storia di apertura”. Non perché risolva tutto, ma perché permette allo Spirito di trovare una fessura da cui entrare.

 

La Quaresima forse è proprio questo tempo: lasciare che Dio apra qualcosa. Non necessariamente fare cose straordinarie, ma permettere allo Spirito di creare uno spiraglio dove pensavamo che non ci fosse più nulla da fare.

 

E ogni volta che vedo qualcuno fermarsi davanti a una tela, lasciarsi toccare da una musica, raccontare un pezzo della propria storia o ascoltare quella di un altro con occhi nuovi, penso che forse il Signore sta già facendo quello che ha promesso. Sta aprendo un sepolcro. E quando un sepolcro si apre, la vita ricomincia sempre.

 

 

don Luca Gigliotti

diocesi di Lamezia Terme

 

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