Pasqua di Resurrezione: storie di teli

Nel Vangelo di Giovanni, davanti alla tomba vuota, c’è un dettaglio che ferma lo sguardo: «Vide i teli posati là» (Gv 20, 5). Non sono gettati alla rinfusa, non sono spariti con il corpo. Sono lì, testimoni muti di un evento che ha cambiato la storia. Ma se guardiamo bene nelle nostre case, nelle nostre comunità, nelle nostre strade e nelle nostre pieghe dell’anima, di “teli posati là” ne troviamo a decine. Sono i segni di una vita che è passata, che è guarita, che ha servito o che ha perdonato. Quei “teli posati là” non sono solo stoffa abbandonata; sono la prova di un’assenza che diventa presenza, di qualcosa che è stato attraversato e lasciato andare perché non serve più.

 

Il lenzuolo del “giorno dopo”

Penso a chi assiste un malato in casa per anni. Quando la guarigione (o il congedo definitivo) arriva, quel letto rifatto e quei teli puliti, ripiegati con cura, segnano il confine tra il tempo della sofferenza e quello della vita che deve ricominciare. Per lungo tempo quel tessuto è stato il perimetro di una battaglia contro la malattia, impregnato di attesa e di preghiera. Vederlo ora, pulito e ripiegato, non è dimenticare. Significa che il tempo della sofferenza è “compiuto”. Quel telo posato là ci dice che la vita non è rimasta intrappolata nel letto, ma è andata oltre.

 

Il grembiule di chi serve

In molte realtà di volontariato, ma anche nelle nostre comunità, il “telo” è il grembiule.   A fine giornata i grembiuli appesi sono teli stanchi. Portano i segni del caffè versato in fretta, del pasto preparato con cura, dell’odore di chi è passato a chiedere aiuto. Quando la persona si toglie quel “telo” e lo posa là, in quel gesto c’è la certezza che l’amore ha preso corpo. Vedere quei teli a riposo significa che il servizio è compiuto e che l’amore ha lasciato un segno concreto nella realtà. Quel grembiule vuoto è la prova che qualcuno si è chinato, ha lavato i piedi a un fratello e ha lasciato dietro di sé il profumo del servizio.

 

La tovaglia della riconciliazione

C’è una storia in ogni casa che passa per una tavola apparecchiata. Forse una cena dove regnava il silenzio di un litigio, che si è sciolto tra un bicchiere di vino e una parola di scusa. A fine serata, la tovaglia “posata là” sulla tavola, con le briciole e i cerchi dei bicchieri, racconta che la comunione è stata ritrovata. Vedere quel telo “posato là” significa che l’incontro è avvenuto. Che la fame non era solo di pane, ma di parole e di sguardi. Quel tessuto sgualcito è il monumento a una riconciliazione che non ha avuto bisogno di troppi discorsi, ma solo di un posto a tavola. Il telo non è più “pulito e perfetto”, ma è vivo perché ha ospitato il perdono.

 

I teli della nostra vita non sono mai solo stoffa. Sono le “tracce del passaggio” di Dio nelle nostre fatiche e gioie quotidiane. Ogni volta che posiamo un telo, che sia quello di un lavoro finito, di una cura prestata o di un pasto condiviso, stiamo dichiarando che la vita è andata avanti, che siamo risorti da un piccolo o grande venerdì santo.

 

Non cerchiamo il senso della vita nel vuoto, ma impariamo a leggere ciò che abbiamo lasciato “posato là”.

 

Signore,

aiutaci a guardare i “teli” della nostra vita

non come scarti di ciò che è finito,

ma come impronte del Tuo passaggio tra noi.

Insegnaci l’arte di “posare i teli”:

a non trattenere nulla per noi,

a lasciare che la vita scorra

e risorga ogni giorno,

fino a quando non vedremo,

con gli occhi di Giovanni,

che la morte è stata vinta

e che l’Amore è andato oltre.

Amen.

 

suor Anna Maria Di Placido

 

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