“Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Queste parole riportano alla mente quanto accade, qui, in Albania al santuario di Laç. La sera del 12 giugno, salgono sul monte di Laç migliaia di persone, soprattutto giovani cattolici, ortodossi e mussulmani, per pregare “il Santo”; partecipano alla Santa Messa che si celebra a mezzanotte, e trascorrono, poi, tutta la notte in preghiera.
Il ritorno alle proprie case porta nel cuore di ogni persona la luce ricevuta dal Signore durante la notte di preghiera. Una luce che riveste ognuno di meraviglia nuova, di desiderio di diventare pellegrini di speranza, attendendo la venuta del Figlio dell’uomo.
Siamo ormai giunti alla conclusione dell’Anno giubilare e alle soglie dell’Avvento, e ogni comunità ecclesiale è chiamata a riflettere sul proprio cammino vissuto, cercando di cogliere con gratitudine i segni della presenza del Signore nella propria storia.
La Chiesa albanese, nonostante sia una minoranza, ha organizzato gli eventi giubilari per le diverse categorie di persone, riscontrando un forte coinvolgimento dei partecipanti e godendo di grande rispetto da parte della maggioranza appartenente ad altre religioni.
È stato motivo di gioia, per noi, aver partecipato ai Giubilei per gli ammalati e i carcerati; in queste categorie di persone, l’esperienza del dolore e di scontare una pena, supera visibilmente l’appartenenza alla fede d’orige anche in chi li accompagnava. La condivisione della sofferenza o il peso dei propri errori, non solo rende le persone più vulnerabili, ma anche più aperte e disposte a riconoscere l’altro come fratello, al di là del proprio credo religioso.
Questo senso di fratellanza che nasce dall’aver attraversato grandi prove storico-nazionali, trova un terreno fertile nella cultura di questo paese. Infatti il popolo albanese è considerato un esempio di tolleranza pacifica tra fedi differenti, realizzando il sogno di un mondo in cui le diverse comunità convivono senza conflitti, persino dopo decenni di dittatura e ateismo di stato. Ne abbiamo fatto esperienza anche durante la “missione popolare” da poco terminata: sbagliando casa abbiamo bussato alla porta di famiglie mussulmane, che ci hanno accolto con genuina ospitalità e ringraziato per esserci fermati pure da loro.
Luogo di speranza per noi è un monte che si trova relativamente vicino al nostro villaggio, al quale abbiamo la possibilità di volgere lo sguardo ogni giorno. Una montagna rocciosa e deserta, dove anni fa, fu inaugurata una stele su cui sono incise le parole del primo documento storico in lingua albanese risalente al 1462, poco prima dell’invasione ottomana. Si tratta della formula del battesimo: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, una breve frase scritta da un vescovo e consegnata ai fedeli del luogo per consentire loro di amministrare il sacramento durante l’occupazione del nemico e in mancanza del sacerdote. Una consegna per mantenere viva la fede e tramandarla di padre in figlio.
Quella stele diventa per noi un richiamo a tornare alle radici cristiane di questa terra, per ritrovare l’identità originale della fede che univa la popolazione di tutto il territorio albanese. È un invito a perseverare nella nostra missione, a “camminare nei suoi sentieri” e a risvegliare continuamente la nostra fede per essere pronte a riconoscere le tante venute del Signore nella nostra vita e in quella delle persone che ci stanno accanto.
La comunità di Suç – Albania
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