Pentecoste: Dio non si è sbagliato a volerci e ad amarci

«Erano stupiti e fuori di sé per la meraviglia, dicevano: Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti, […] e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». (At 2,7).

 

L’impatto sulla folla radunata a Gerusalemme per la festa di Pentecoste è stato sorprendente. Ma dobbiamo prestare attenzione a tutto ciò che ha a che fare con il prodigioso perché il rischio, sempre accovacciato alla porta del sensazionalismo, è quello di ridurre l’opera di Dio ad un’opera umana. Infatti, il vero miracolo di quella straordinaria manifestazione dello Spirito Santo disceso sugli apostoli, non è tanto aver visto un potenziamento delle proprie capacità così da essere diventati finalmente più capaci e ammirati. Ma l’opera dello Spirito Santo è l’essere riuscito ad arrivare, con pazienza e rispetto (dopo 50 giorni), nel cuore di coloro che erano ancora prigionieri della paura di condividere con gli altri quanto l’amore di Dio Padre aveva saputo operare nelle loro esistenze ambivalenti.

 

Basta pensare a Pietro quando davanti alla folla convocata nella città santa si alza in piedi e a voce alta, annuncia con fierezza che «quel Gesù di Nazareth che tutti avevano conosciuto per i suoi prodigi e miracoli era stato consegnato nelle loro mani ed era da loro stato crocifisso e ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti perché non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere» (At 2,22-24).

 

Quello stesso Pietro che appena 50 giorni prima aveva rinnegato il suo Maestro, ora proclama che quel senso di colpa e di inadeguatezza che lo teneva schiacciato, Dio lo aveva sciolto definitivamente. Infatti il vero centro del discorso di Pietro non è l’accusa che egli fa agli uomini di aver ucciso l’autore della vita, ma il vero focus è che la vita divina non può essere sommersa dalle acque della morte.

 

Questo è quello che accade anche a noi ogni volta che ci lasciamo raggiungere dalla misericordia di Dio capace di riattivare quella sensazione che ci fa sentire amati per quello che siamo e non per quello che abbiamo o non abbiamo saputo fare. Ed è da questa esperienza personale che poi nasce in noi il desiderio di diffondere quel profumo anche sugli altri invitandoli a sperare e credere che la forza dello Spirito Santo agisce liberamente senza confini perché è sempre capace di ravvivare una promessa di felicità per tutti coloro che la desiderano.

 

«Ora non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù, perché la legge dello Spirito ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla Legge, Dio lo ha reso possibile». (Rm 8,1-2).

 

È interessante che san Paolo per spiegare come lo Spirito Santo agisca nel nostro cuore si sia servito di un linguaggio di tipo giuridico, come se ci trovassimo in un’aula di tribunale. Ma anche Gesù ci parla dello Spirito Santo come di un Avvocato (Gv 16,7) perché inviato a stare accanto a noi per difenderci e sostenerci.

 

Ma in che modo? Non come fanno gli avvocati nei nostri tribunali che parlano al giudice in difesa dell’accusato sostituendosi alla sua capacità di difesa e di libertà, bensì aiutandoci a ricordare, cioè riportare al cuore, la relazione di cui siamo ormai costituiti e verso quale destino di gloria siamo incamminati. Lo Spirito Santo sussurra in noi non le parole con cui dobbiamo convincere noi stessi o gli altri di essere meritevoli dell’amore del Padre, ma la Parola sempre salda e fedele: Dio non si è sbagliato a volerci e ad amarci.

 

Ecco il frutto dello Spirito Santo: la capacità di custodirci nella memoria del Signore Risorto, perché è solo da lì che possiamo fare esperienza del suo sguardo contento di guardarci non a partire da quello che siamo stati o da quello che potremmo essere, ma da quello che siamo: figli e figlie amati.

 

fra Giacomo Facco

francescano cappuccino