Solennità del Sacro Cuore

Dopo la Solennità del Corpus Domini, la Chiesa ci fa sostare su una parte del corpo di Cristo: il cuore.

 

Il cuore, lo sappiamo bene, è l’organo che mantiene in vita la nostra esistenza. Del cuore tutti ne fanno esperienza: lo si sente palpitare in ogni istante, e tutti sanno cosa significa avere il cuore pieno di gioia o di tristezza, di coraggio o di paura.

 

Nella Sacra Scrittura troviamo scritto «Dio ci ha dato un cuore per conoscere, per pensare» (Sir 17,7 ebr.). E il Deuteronomio spiega: «Il Signore non vi ha dato un cuore per comprendere, … occhi per vedere, … orecchi per udire?» (cf. Dt 29,3). È, dunque, il luogo della conoscenza: nel cuore generiamo sentimenti, concepiamo pensieri, custodiamo la memoria.

 

Per la Bibbia il cuore coincide con la persona umana. Scrive Papa Francesco nella Dilexit nos al n. 14: Si potrebbe dire che io sono il mio cuore, perché esso è ciò che mi distingue, mi configura nella mia identità spirituale e mi mette in comunione con le altre persone.

 

Come possiamo entrare nel mistero del cuore di Cristo?

 

Guarderanno a colui che hanno trafitto (Gv 19,37). Guardare per contemplare l’Amore che Cristo ha offerto per ogni uomo e per ogni donna. Entrare in quella relazione intima dove non servono tante parole, ma solo uno sguardo che va oltre le nostre fragilità, i nostri limiti, i nostri peccati.

 

“La ferita nel costato, da cui sgorga l’acqua viva, è ancora aperta nel Risorto. Quella grande ferita prodotta dalla lancia, e le ferite della corona di spine che di solito compaiono nelle rappresentazioni del Sacro Cuore, sono inseparabili da questa devozione. Perché in essa è contemplato l’amore di Gesù Cristo che ha saputo donarsi fino alla fine”. “Dalla piaga del costato di Cristo continua a sgorgare quel fiume che non si esaurisce mai, che non passa, che si offre sempre per chi vuole amare. Solo il suo amore renderà possibile una nuova umanità” (Dilexit nn. 151 e 219).

 

Don Marco scriveva a Marina Marini nel 1841: ricordatevi che Dio è carità, e chi vive nella carità è in Dio, e Dio è in lui. Vivete, figlia, nella carità e vi basti. State nella stanza, nella carità, cioè nel divin Costato. (cfr lett. n. 27)

 

A partire dalla contemplazione del cuore di Cristo, ciascuno può guardare anche al proprio cuore.

 

“Anche se nelle Scritture abbiamo la sua Parola sempre viva e attuale, a volte Gesù ci parla interiormente e ci chiama ad entrare nel posto migliore. Quel posto migliore è il tuo cuore. Egli ci chiama dove possiamo ritrovare forza e pace: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Per questo chiese ai suoi discepoli: «Rimanete in me» (Gv 15,4)» (cfr Dilexit n. 53).

 

Si tratta di imparare l’arte di discendere nell’abisso del proprio cuore. Lì dove ascoltiamo il grido più profondo abbà Padre, lì dove si può fare memoria della relazione con il Padre. Entrare nel mistero del cuore significa oltrepassare la superficie che, talvolta, fa paura perché in fondo al cuore c’è la sorgente di vita da cui sgorga abbondante acqua che risana le ferite già abitate e trasfigurate dal Pastore bello. In questa discesa non si è soli: il Signore Risorto sostiene i passi di ogni suo discepolo sul palmo della sua mano e nei momenti più difficili lo solleva alla sua guancia.

 

Don Marco ancora oggi ci consegna queste parole: Andate dunque innanzi nella via del Cielo e ricordatevi sempre che il viaggiare deve essere così: con i passi dello spirito d’intelligenza e d’amore, sin che giunga lo spirito a non avere riposo che in Dio, e Dio voi lo troverete sempre nel Costato del suo Divin figliolo Gesù. (Lett. 63).

 

Nel rinnovare oggi la nostra consacrazione al Sacro Cuore, chiediamo insieme la santa obbedienza di vivere nel costato di Gesù.

 

Buona festa!

 

 

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